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lunedì 21 dicembre 2009

I LIBRI SIAMO NOI
















(da iO/all. Corriere della Sera, 12 dicembre 2009)
Ci credereste? Le persone fotografate qui sopra sono “titoli” di una biblioteca: vengono scelte proprio come volumi e ciascuna racconta una storia, la sua storia. Spesso di disagio, come L’Immigrato. A volte da ridere, come Lo studente fuori corso. Un’iniziativa nata nel Nord Europa per dire no ai pregiudizi. Che ora arriva anche in Italia.

“Valeria credeva che un’omosessuale fosse stata vittima di abusi da bambina e potesse avere un figlio solo con la procreazione assistita. Dal mio titolo, Mamma lesbica, si aspettava qualcosa del genere. Le ho raccontato la mia trama: un matrimonio, una figlia e ora una convivenza felice con la mia nuova compagna e le rispettive figlie”. Chi parla è una signora di 40 anni, che per un giorno è diventata un libro. Valeria, invece, è la lettrice che l’ha “sfogliata”. In una biblioteca vivente. Non si tratta di attori che recitano un testo già scritto, ma di persone che raccontano se stesse. I libri-viventi di solito appartengono a una categoria sociale esposta a pregiudizi. “L’idea è semplice: parlare per una mezz’ora con i cosiddetti ‘diversi’. Così che gli stereotipi di decostruiscano” spiega Marta Giannello Guida, organizzatrice di biblioteche viventi. I lettori scelgono da un catalogo, come in una vera biblioteca. Si va dal disabile alla lesbica, dallo studente fuori corso al rom, dalla femminista al tifoso di calcio. Poi si sfoglia. Valeria non ha seguito l’indice: “Saltavo da un capitolo all’altro, leggevo sguardi, gesti, espressioni”. Niente a che vedere con la stessa storia raccontata in un’intervista, in un saggio. Nella biblioteca vivente non ci sono filtri. L’impatto è forte. I titoli diretti: il Musulmano, il Senzatetto, l’Immigrato. L’obiettivo: abbattere le barriere mentali. Era quello che avevano in mente i fondatori di Stop the violence, ong di Copenaghen, quando nel 2000 hanno creato la Living Library (http://living-library.org/). E, mentre il passaparola correva nel continente, la novità non è sfuggita al Consiglio d’Europa che ha pubblicato Non giudicare un libro dalla sua copertina (in otto lingue), vademecum della Living Library. Oggi i libri parlano quasi in tutto il mondo (in Australia, Romania, Islanda, Finlandia, Norvegia, Portogallo, Belgio, Slovenia e, dal 2007, anche in Italia), ospitati da biblioteche tradizionali, festival o eventi culturali. Stefano Vitali, docente di archivistica informatica a Firenze, pensa che ci sia un legame tra Living Library e diffusione dei social network. “La produzione culturale si trasferisce sul web e le biblioteche, sempre meno frequentate, devono trasformarsi in luoghi sociali di scambio delle conoscenze. Il racconto del libro vivente rientra in quest’ottica, fa tesoro delle più recenti mutazioni del web 2.0 e arricchisce quanto un libro. Anzi trasmette conoscenze più concrete”. E, in un’epoca di incontri virtuali, , dà vita a uno scambio umano che provoca emozioni. “Mi è piaciuto fare da manuale della serenità” ricorda Mamma lesbica. “Alla fine la mia lettrice mi ha detto: “Riuscissi anch’io a farmi accettare”. Insieme abbiamo fatto una lettura a ritroso, partendo dall’ultimo capitolo, Il futuro. Mi sentivo un romanzo introspettivo: ogni mia riga-sentimento è stata scandagliata. Quando la biblioteca ha chiuso, ero esausta”. Proprio come il bibliotecario, che ha il compito delicato di scegliere i libri. “Il vademecum parla chiaro” spiega Marco Austeri, curatore di Living Library. “L’aspirante libro deve avere superato una dipendenza. Non l’anoressica, ma l’ex. Non deve cercare adepti o promuovere atteggiamenti pericolosi”. Infine, un buon bibliotecario deve controllare che i lettori osservino l’unica regola del prestito: restituire i libri viventi in buono stato. Dopo averli trattati con rispetto.

Marcella Molteni

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