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giovedì 15 novembre 2012

JOHN REED E IL GIORNALISMO CHE FECE TREMARE L'AMERICA

Recensione di Francesco Romanetti per Il Mattino dell'11 novembre 2012.
La vita di John Reed fu tutta un’avventura. Appassionata e brevissima. Un lampo. Una fiammata. Quando morì di tifo aveva solo 33 anni. Venne sepolto con grandi onori – lui, giornalista americano – sotto le mura del Cremlino, a Mosca. Col taccuino nello zaino, la testa piena di ideali, sogni e speranze, aveva attraversato le bufere sociali di un’epoca ribelle, una guerra mondiale e due rivoluzioni. Fu in Europa sul fronte orientale e sul fronte occidentale; nel Messico di Pancho Villa e di Emiliano Zapata. E nella Russia di Lenin: proprio nei giorni dell’assalto bolscevico al palazzo d’Inverno. Il resoconto incalzante di quell’epopea diventò I dieci giorni che fecero tremare il mondo, uno dei più vivi e intensi reportage del giornalismo di tutti i tempi. John Reed era un giornalista schierato. Di parte. Dichiaratamente dalla parte dei lavoratori, dei salariati, dei neri, degli immigrati. La sua prosa è racconto in prima persona. Nell’America degli anni ’10 del Novecento descrisse gli scioperi duri, la repressione violenta e feroce, i massacri degli operai. Fu lui stesso incarcerato. “Fui condotto davanti al giudice Carroll. Il signor Carroll ha la faccia intelligente, crudele e spietata… Condanna i mendicanti a sei mesi di reclusione.” In Red America. Lotta di classe negli Stati Uniti (pagg. 266, euro 12), la casa editrice Nova Delphi raccoglie ora alcuni scritti di John Reed – molti mai pubblicati in Italia – che testimoniano il suo giornalismo militante, rivolto contro il potere e i suoi sgherri. Pagine come pallottole.
Reed si era fatto le ossa ai tempi del muckraking (i “cercatori nel fango”), reporter protagonisti di una stagione gloriosa del giornalismo americano (oggi ridotto spesso a megafono servile dei poteri forti). Il libro – curato da Mario Maffi – include i lunghissimi e documentatissimi reportage comparsi su “The Masses” (storica rivista della sinistra americana fondata da Max Eastman, che ebbe tra i suoi collaboratori – oltre a Reed – anche Jack London e Upton Sinclair), “The Metropolitan”, “The Liberator”, giornali nel mirino della repressione, di volta in volta chiusi o censurati. Si tratta di “pezzi” di fortissima potenza narrativa. In Guerra a Paterson, John Reed racconta la lunga lotta degli operai dei setifici e si sofferma a descrivere la determinata inflessibilità dei “wops” (come spregiativamente venivano definiti gli immigrati italiani): i più radicali, i più tenaci, i più coraggiosi. Non sapevano neppure parlare bene in inglese, ma erano quelli che organizzavano scioperi e picchettaggi e che fronteggiavano le mitragliatrici della guardia nazionale e le squadracce di vigilantes assoldate dai padroni. La nascita dell’IWW (il sindacato rivoluzionario), il formarsi del Partito comunista americano, sono raccontati nel furore della lotta. Quando il giornalismo voleva dire stare dentro alla realtà. Ed essere se stessi.

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