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domenica 20 maggio 2018

Luigi Galleani, l'anarchico più pericoloso d'America

Esce in questi giorni una ricca e documentata biografia di Luigi Galleani, una delle figure più influenti dell'anarchismo in lingua italiana. A scriverla è Antonio Senta, studioso da anni di queste tematiche - ha curato per Nova Delphi Ribelli in paradiso di Paul Avrich - mentre l'introduzione è firmata da Sean Sayers, nipote di Galleani. In questa sede vi presentiamo un breve estratto iniziale dell'introduzione:

"Sono il nipote di Luigi Galleani, era il padre di mia madre. Non l’ho mai conosciuto, è morto ben prima che io nascessi. Mia madre mi ha raccontato poco di lui. Non che fosse restia a parlarne, ma lo faceva solo se le veniva chiesto; e, con l’arroganza della giovinezza e mio enorme rammarico, non le ho domandato spesso di parlarmi di lui. Perciò da giovane non avevo che una vaga consapevolezza della sua vita e di quello che aveva fatto, ed è stato soltanto dopo la morte di mia madre che ho cominciato a interessarmene. Quando ho iniziato a indagare la storia della mia famiglia, il primo passo è stato cercare su internet qualche informazione che lo riguardasse. Sono rimasto stupefatto nello scoprire un’enorme mole di materiale e nel realizzare che persona importante fosse stata e che vita straordinaria avesse condotto.
Come scrive Antonio Senta in queste pagine, Luigi Galleani nacque nel 1861 a Vercelli, uno dei quattro figli di una rispettabile famiglia cattolica della classe media. Suo padre era insegnante di scuola elementare. Già durante la sua giovinezza Luigi si dimostrò una persona dalla mente indubbiamente vivace e indipendente. Secondo la vulgata familiare, fu spinto dal padre contro la sua volontà a studiare legge all’Università di Torino, ma non si laureò mai, poiché all’epoca era già attivamente impegnato nell'attività politica.
Divenne un attivista di spicco sia nell’Italia del nord-ovest che nella zona della Lunigiana, intorno a Carrara. Una serie di scioperi e manifestazioni promossa dai cavatori era stata soffocata dal governo attraverso una brutale repressione militare. Per evitare l’arresto, Galleani fuggì in Francia, ma da lì venne espulso e così si spostò in Svizzera. Al suo ritorno in Italia fu arrestato e accusato di “cospirazione” insieme ad altre trentacinque persone, ai sensi dell’articolo 248 del Codice Zanardelli, e condannato a tre anni di reclusione. Dalla prigione fu spedito direttamente al confino sulla piccola e inaccessibile isola di Pantelleria, tra la Sicilia e la Tunisia.
Pantelleria, oggi meta di vacanze, negli anni novanta dell'Ottocento, quando Galleani era in esilio, si presentava come un luogo povero, squallido ed estremamente remoto. Era questa la peggiore delle punizioni: i prigionieri si chiamavano tra loro “i morti”* in un giornale con lo stesso titolo che erano riusciti a contrabbandare. Tra gli articoli del giornale ce n’era uno scritto da mio nonno dal titolo latino Manet immota fides, che sta per “la fede resta immutata” (era un appassionato di citazioni latine). Questo divenne il suo motto.
Sull’isola di Pantelleria conobbe una giovane donna di nome Maria Rallo, appartenente a una famiglia locale, che, diceva mia madre, possedeva della terra coltivata a vigna. Quando si conobbero, Maria era già vedova con un figlio e una figlia neonata. Iniziarono una relazione e Maria sarebbe poi diventata mia nonna. Poi Galleani riuscì a fuggire. Secondo mia madre, la famiglia di lei lo aiutò a procurarsi una piccola barca, a bordo della quale fece la pericolosa traversata fino alle coste della Tunisia. Da lì riuscì a spingersi fino ad Alessandria d’Egitto, dove fu raggiunto da Maria e dai suoi due figli (Salvatore Errera e Ilia). Maria era allora incinta di otto mesi e mezzo di un’altra figlia (Cossyra).
In Egitto furono minacciati di essere rimpatriati in Italia. Perciò nel 1900, passando per Londra, la famiglia giunse negli Stati Uniti, dove Galleani era stato invitato a ricoprire il ruolo di caporedattore di “La Questione Sociale”, il maggiore giornale anarchico italo-americano del tempo, con sede a Paterson, nel New Jersey (...)."




*              In italiano nel testo.

lunedì 27 novembre 2017

La Roma di Pasolini: descrizione di un amore.

Pasolini e Roma si incontrano il 28 gennaio 1950 sui binari della stazione Termini. Da allora inizia con la città un rapporto lungo e tormentato, destinato a lasciare tracce profonde in tutta la produzione artistica del poeta. Per la prima volta, raccolti in volume e ordinati per lemmi, troverete i film, le raccolte poetiche e i romanzi, così come i bar e i ristoranti frequentati con gli amici di sempre, i quartieri prediletti e le immancabili borgate dove si muovono i “ragazzi di vita” descritti nelle sue opere. Dalla “A” di Accattone, girato nel quartiere Pigneto, alla “V” di Valle Giulia, teatro degli scontri fra studenti e polizia, una guida ragionata sulle tracce di Pier Paolo Pasolini, figlio elettivo di questa “stupenda e misera città”. Il libro "La Roma di Pasolini" sarà presentato in anteprima dall'autore Dario Pontuale, insieme ai giornalisti e scrittori Simona Zecchi e Enzo Di Brango a "Più Libri Più Liberi 2017" giovedì 7 dicembre alle ore 15.30. Vi aspettiamo quindi al Nuovo Centro Congressi dell'Eur (Rm), la c.d. "Nuvola" tra qualche giorno! Vi presentiamo l'elenco dei primi lemmi (A-B-C) che compongono il nutrito volume: Accattone / Al Biondo Tevere / Alfa Romeo 2000 GT Veloce / Alì dagli occhi azzurri / Aniene / Appia, via / Autobus, tram, filobus / Bar Necci / Bassani, Giorgio / Bellezza, Dario / Bertolucci, Attilio / Bertolucci, Bernardo / Betti, Laura / Borgate / Campetti di pallone / Campo de’ Fiori / Caproni, Giorgio / Carcere di Porta Portese / Carini, via e Villa Sciarra / Casal Bertone / Casilina, via / Cecafumo / Ceneri di Gramsci, Le / Cerami, Vincenzo / Che cosa sono le nuvole? / Cimitero acattolico / Cinema Barberini / Cinema Quattro Fontane / Cinquecento, piazza dei / Citti, Franco / Citti, Sergio / Collina di Montecucco / Comizi d’amore / Consolari, strade / Costaguti, piazza.

venerdì 6 ottobre 2017

Che Guevara e noi: la memoria tradita.

foto di Alberto Korda
Ci permettiamo di dire la nostra su una delle produzioni editoriali dedicate a Ernesto Che Guevara che in questi giorni possiamo trovare in edicola e in libreria. Ci riferiamo a "Che Guevara. Cinquant'anni dopo" che proprio oggi, 6 ottobre, è acquistabile con L'Espresso. Un bel prodotto, non c'è dubbio. Molto ben confezionato e con decine di stupende foto. I testi in gran parte si avvalgono dell'immenso archivio del giornale e quindi i nomi di eccellenza non mancano (Sartre ad esempio), così come non manca qualche (ma solo qualche) firma interessante più agganciata alla contemporaneità. Ma l'introduzione di Tommaso Cerno, direttore de L'Espresso, perché è lì? Sì, è il direttore. Ma perché chiunque si deve sentire in dovere di scrivere di qualunque cosa su qualsiasi argomento? Perché non torniamo al giornalismo di qualche anno fa, quando a dedicarsi a questa attività erano professionisti che avevano una competenza su quello che scrivevano. Cerno è un professionista. Ma si capisce che quando scrive di Guevara si serve di luoghi comuni consunti anche dal tempo. Cito: "E così il Che si è fissato nella memoria collettiva. E' rimasto Che, perché è l'icona perfetta dei nostri tempi. L'era delle fake news, dove ognuno si prende il pezzo di verità che più gli fa comodo. E il Che si può amare o si può odiare, anche senza conoscerlo." Forse è lui, Cerno, che non lo conosce. Quelli che amano il Che, lo amano proprio perché lo conoscono, per quello che ha scritto e per quello che ha fatto. E non è affatto l'icona perfetta dei nostri tempi. I giovani, caro Cerno, le magliette con il Che non le portano più ormai da parecchio. Le icone dei nostri tempi, purtroppo, sono altre. E se il direttore de L'Espresso si guardasse un po' di più intorno troverebbe delle icone, dei miti, un po' diversi dal Che... Quindi rispediamo al mittente l'era delle fake news, il Che non c'entra nulla con questo mondo virtuale messo in piedi dai media digitali. Che Guevara appartiene al mondo della solidarietà e della giustizia, basterebbe analizzare il suo dato biografico per capire che non esiste nessun "pezzo" di verità. Eduardo Galenao, che forse qualche elemento di conoscenza in più sul Che e sull'America latina lo aveva, ha detto “il Che faceva quello che diceva, diceva quello che pensava e pensava così come viveva”, sottolineando appunto l'elemento di coerenza estrema che caratterizzava Guevara e che tutti, anche i suoi detrattori, gli hanno sempre dovuto riconoscere.
Comunque Cerno conclude: "Un'icona, appunto. Come le canzoni in inglese che si cantano con le lacrime agli occhi. Per poi accorgersi che non capiamo cosa dicano davvero."
Ma a chi si riferisce? Perché chi legge il suo pezzo dovrebbe non essere in grado di capire il messaggio, universale, di Che Guevara? Rimaniamo con questo interrogativo. L'unica cosa che si evince chiaramente dall'articolo di Cerno è che lui Guevara non è riuscito proprio a capirlo. Ma allora perché ne scrive?