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mercoledì 21 novembre 2012

JOHN REED, GIORNALISMO E RIVOLUZIONE

Articolo di Samir Hassan per il numero di novembre di Le Monde diplomatique
Nell’epoca dell’informazione globale un’antologia di testi di John Reed, celebre giornalista e militante socialista di inizio XX secolo, può apportare alla deontologia giornalistica un contributo di valore? E soprattutto, quali sono le analogie più evidenti che accomunano il lavoro di Reed alla crisi globale che stiamo, silenziosamente, attraversando? La scommessa di Mario Maffi, curatore per la Nova Delphi di Red America. Lotta di classe negli Stati Uniti, sembra muovere da questi due interrogativi, impliciti fili conduttori di una raccolta di testi sorprendentemente attuale. Il tratteggio biografico presente nelle pagine scritte dal pugno di Reed amalgama con destrezza il nascente giornalismo d’inchiesta alla forte caratterizzazione politica e sociale che ha reso il celebre scrittore di Portland un punto di riferimento senza età. Le pagine selezionate da Maffi, cui va riconosciuto il merito di aver reso la lettura appassionante, scorrevole e pregna di spunti di riflessione, appaiono come un caleidoscopio con cui inquadrare la poliedrica figura di Reed: testimone delle lotte operaie dell’IWW, fine intellettuale socialista, giornalista d’assalto e pioniere del muckracking, ovvero quel giornalismo di denuncia che – unendo le testimonianze dirette dei protagonisti allo spirito di giustizia sociale di chi le raccontava – costituiva una potenziale arma solidale in grado di unire e connettere, diametralmente opposta alla strumentalità padronale cui era genuflessa la grande stampa americana di inizio ’900. Trovano così spiegazione le grandi narrazioni di scioperi, picchetti, procedimenti giudiziari e scontri di piazza che hanno infiammato le strade e i porti americani fin quando gli Stati Uniti, proiettatisi nel secondo conflitto mondiale, hanno tentato di ricompattare sotto la bandiera a stelle e strisce dell’unità nazionale un proletariato diviso e vessato (ma non per questo dimesso) dalla lunga lotta per i diritti politici sul lavoro. Le scommesse degli IWW, l’assoggettamento al padronato delle grandi sigle sindacali, le storie di quotidiana solidarietà tra chi nulla ha da perdere: racconti colti con ancora addosso l’adrenalina del momento, ad evidenziare il grande acume dello scrittore americano. La completezza di Reed, infatti, sta proprio nell’aver saputo leggere la fase storica in cui si è trovato ad operare, anticipandone le riflessioni e suggerendosi di essere – sorprendentemente – al posto giusto, nel momento giusto. Non è un caso, quindi, che tra l’imponente opera di giornalismo militante il suo ricordo sia ancorato indissolubilmente al fedele racconto dell’ascesa bolscevica in Russia, I dieci giorni che sconvolsero il mondo (1919), testimonianza esemplare di come “Jack” (così veniva chiamato nelle strade ingolfate da lavoratori in sciopero) abbia coniugato la sua propensione intellettuale a una coscienza nata dall’esperienza, dalla pratica, dall’attraversare i conflitti e le barbarie di un’America poco conosciuta. Il Paterson Pageant (1913), il massacro di Ludlow (1914), i racconti scritti in Messico mentre partecipando seguiva la Rivoluzione di Pancho Villa ed Emiliano Zapata, sono pagine che oggi puntano il dito su un’informazione stanca e colma di litanie retoriche. Oggi non c’è Ludlow, ma ci sono altri focolai socialisti; non c’è Zapata, ma c’è l’anelito di una nuova stagione per il Sudamerica. Il cruccio più grande è forse non l’avere un giornalismo schietto e responsabile, critico e al contempo costruttivo, capace di pungolare lo slancio propositivo di ogni individuo; e l’antologia proposta da Maffi, americanista e fine conoscitore della geografia sociale degli States, suona come uno scampanellio in grado di risvegliare le coscienze più sopite.

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