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domenica 13 gennaio 2013

I RACCONTI FATALI DEI GAUCHOS SEDUTI ATTORNO AL FUOCO

Recensione di Simone Palliaga al volume "Racconti fatali" apparsa su Libero del 12 gennaio 2013.
In un afoso pomeriggio di febbraio del 1938, un uomo prende la lancia per raggiungere il rifugio Tropezón, prossimo alla foce del canale sull’Arias de las Palmas Paraná, nei pressi di Buenos Aires. Con sé porta una valigetta e uno strano pacchetto avvolto in carta di giornale. Solo pochi istanti e, appena sbarcato, il 64enne Leopoldo Lugones, uno dei padri delle lettere argentine, ingurgiterà una fatale mistura di whiskey e arsenico. Morte misteriosa e per anni inspiegabile, dovuta a disincanto politico o a delusione d’amore. Così abituati ad associare al Paese del tango solo scrittori come Jorge Luis Borges e Adolfo Bioy Cesares, ci siamo dimenticati questo altro gigante, che per l’Omero del Río de la Plata «compendia da solo tutto il corso della letteratura argentina, perché nella sua persona e nella sua opera si ritrovano i nostri ieri, e l’oggi, e forse il domani». Lugones stesso, di questa storia, vuole farsi erede. Quando traccia il canone delle lettere del Cono del Sur, piazzando agli esordi Domingo Sarmiento col suo Facundo e José Hérnandez con Martín Fierro, lo fa perché alla fine di quel percorso c’è la sua stessa opera, il cui scopo non è lo svago ma permettere all’Argentina di custodire e preservare la propria identità e la propria storia. La figura di Lugones finora non ha incontrato grande fortuna in Italia. Adesso però, grazie alla casa editrice Nova Delphi, disponiamo di una sua opera tradotta per la prima volta. Si tratta della raccolta Racconti fatali ( pp. 164, euro 9) che richiama nello stile, sebbene non nell’ispirazione, proprio i labirintici e misteriosi intrecci che caratterizzano la narrativa di Borges. Maledizioni egizie e profumi fatali, donne conturbanti e specchi magici, la setta degli Assassini e il Vecchio della Montagna si intrecciano in questa silloge che, malgrado i richiami esotici, è figlia di quella Argentinidad che secondo William Hudson prorompe quando i gauchos seduti intorno al fuoco si raccontano «cose straordinarie, apparizioni e avventure prodigiose». E proprio nella figura del gaucho, orgoglioso della propria indipendenza, Lugones vede uno dei tratti distintivi degli argentini, facendone il bandito protagonista dell’ultima novella di Racconti fatali. Nazario Lucero ha certo le caratteristiche del mandriano, anche se per campare si pone alla testa di un gruppo di malviventi. Fuorilegge ma gentiluomo, nel corso di una delle sue scorrerie si invaghisce di una fanciulla che poi rapirà per trascinarla nel suo rifugio tra le montagne. Accudita e rispettata, la donna non potrà però abbandonare quella prigione dorata. Nel momento in cui il fratello la ritrova, Lucero non oppone alcuna resistenza per evitare di ferire quanto è caro alla sua amata. E sarà proprio per questa dedizione totale, che ricorda le vicende dei trovatori europei divorati da Lugones come da Borges, che lei sceglierà di rimanere con il bandito. Nell’agire di Lucero come in quello della donna traspaiono l’amore per la lotta e la lotta per l’amore, il senso dell’onore e di fedeltà, di istinto di indipendenza e di lealtà che caratterizzano i gauchos come gli argentini. L’opera di Lugones intende caricarsi di una valenza politica “nazionale” per cementare l’indipendenza argentina. Secondo Abel Posse, autore del commovente La passione secondo Eva, Lugones pone al centro dei suoi ultimi lavori la «questione della spada» fino a esserne, come poi accadrà a Mishima, ossessionato. Nel 1924, a Lima, durante la commemorazione del centenario della battaglia di Ayacucho, annuncia «l’ora della spada» e ricorda che «ogni uomo nasce soldato».



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