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venerdì 10 dicembre 2010

LA COLLEZIONE DI IMMAGINI DI UN AUTISTA INDIANO

Da oggi in libreria “Il bus si è fermato” dello scrittore Tabish Khair.
(Anticipazione apparsa sul quotidiano Liberazione del 10 dicembre 2010)

Oggi sarà in libreria “Il bus si è fermato” (Nova Delphi, pp 188, euro 15,00) di Tabish Khair, scrittore indiano di lingua inglese tra i più autorevoli, del quale pubblichiamo qui una anticipazione. Khair collabora con importanti testate giornalistiche, tra le quali il “Times of India”, “Hindu”, e il “Guardian”. Tra le sue opere pubblicate negli Stati Uniti, in Europa e in Asia, ci sono “Where parallel lines meet” (Penguin, 2000), i saggi “Babu Fictions” (Oxford U.P., 2001) e il romanzo “Filming: a love story” (Picador, 2007).

Quando entra nello spiazzo non è ancora completamente giorno. Si incammina con passo lento e svogliato verso uno dei bus parcheggiati nella radura, una zona che fa pensare a un campo incolto più che al tentativo poco convinto di creare un'autorimessa. Non ha senso darsi tanto da fare per iniziare un altro giorno, un’altra alba, anche se non è ancora giorno, non è nemmeno l'alba, e scommetto che quel grassone bastardo sta ancora russando sul suo soffice khaat. Alcuni scarti di parti meccaniche sono sparsi qua e là: un parafanghi arrugginito, due o tre maniglie, un parabrezza rotto, frammenti di motore che lui saprebbe distinguere a occhi chiusi.
Gocce di rugiada ricoprono i finestrini del bus. Di tanto in tanto una goccia trema, esita e comincia a scivolare giù. Di sua propria volontà o incoraggiata dalla brezza leggera, rotola fino a sembrare un ruscelletto che corre giù, giù, giù, per poi gocciolare sulla terra sporca.
Lui è un uomo che nota cose come queste, è un uomo che nota solo cose come queste; gli sembra che se avesse notato altre cose sarebbe stato un altro uomo, e non un autista di bus che fa sempre lo stesso tragitto su uno dei veicoli del marito di sua cugina di secondo grado. Vede la vita in piccole immagini ferme, quasi congelate, e non sa assolutamente quale immagine, fondamentale o insignificante, gli inciderà nella memoria un momento, un giorno o un viaggio particolare. C'è chi colleziona francobolli, bottiglie o monete; lui colleziona immagini. Si deve collezionare qualcosa di così privo di valore come le immagini, no? Non hanno valore di mercato, e lui deve collezionarle, nient'altro che queste, immagini! Immagini! Una per ogni viaggio della sua vita, ormai ne ha migliaia, tutte accuratamente memorizzate, solo quelle singole immagini, un colore, una scena, un volto, un atto, messe in corsivo sulle pagine della memoria. Non che lui scelga le immagini consciamente: è semplicemente il modo in cui la sua mente mette in ordine i giorni della sua vita, scuciti e ancora slegati.
Sblocca e apre la portiera anteriore del bus e un odore disgustoso, eredità del giorno prima, si disperde nella brezza mattutina. I posti dei passeggeri alle sue spalle sono ancora bui, separati dalla sua cabina da sbarre che, per imitare il colore esterno del bus, sono state dipinte di giallo, ciascuna con una linea marrone più sottile e un tocco di rosso fiammante all’estremità, così da farle quasi somigliare a matite. Come la matita di uno scrittore. Guarda caso, pensa, guarda caso tutte le cose congiurano per rammentargli i suoi fallimenti, poiché un tempo, prima di lasciare l’università, aveva sperato di scrivere romanzi, ne aveva anche cominciato uno, aveva scritto cinquantasette pagine in hindi, è stato tanto tempo fa, tanto tempo fa, e ora gli tocca starsene iscritto fra queste matite che, come la matita di uno scrittore, gli danno un potere (ogni viaggio un racconto che si compone nell'incrocio di altre storie che salgono sul suo bus e poi se ne vanno indifferenti) anche se lo separano da tutto quello che accade alle sue spalle.
Sul cruscotto c’è questa scritta in hindi, scarabocchiata a caratteri irregolari con qualcosa di simile a un rossetto scarlatto, anzi, è proprio rossetto, lo sa per certo perché ne ha ancora un mozzicone dimenticato da una puttana con un enorme anello di metallo al naso, sul cruscotto c’è scarabocchiato: “Questo posto è dell’Autista Mangal Singh”. […]
Le distanze sono relative. Lo sa da anni, ormai, come un chilometro possa allungarsi per ore o lasciarti una cicatrice nell’anima e come un altro chilometro possa balzare nel passato in un attimo, evaporando come uno sbuffo del tubo di scappamento. Del resto, lui lo sa, ci sono distanze che si misurano per tutta la vita. Per lo meno, lui fa così. Come Sunita, che ora ha il fiato corto, non sa parlare d’altro che di proprietà e di bambini, come Sunita che fa quei dieci o undici passi dalla porta di cucina per portargli una tazza di tè. Viene sempre fuori a portargli il tè e si informa sulla sua salute (tiene molto al dovere e al decoro) ma lui sa che non ascolta ciò che lui le dice, potrebbe affermare di essere morto e lei darebbe sempre la stessa risposta estraniata, sì, sì, Dio è buono, perché in cuor suo sta già ritornando in cucina dove l'aspettano ben altre cose da fare, nell'ordine casalingo che le appartiene. Certe distanze sono relazioni, pensa, e cambia brutalmente la marcia. […] Di tanto in tanto nota un uomo così. E qualche volta una donna. Li scopre dal modo in cui si tengono a una certa distanza da tutto, connessi ma non coinvolti. Invidia la loro distanza. Anche quando sono decaduti (e gli abiti dell’uomo indicano una caduta di qualche genere, una caduta verticale, si direbbe, e lui di cadute se ne intende, ne ha avute più della parte che gli sarebbe spettata) anche quando cadono sembra che lo facciano così, con un movimento lento, come se il suolo non potesse mai realmente ferirli. È una cosa che lui non è mai riuscito a coltivare. Ogni volta che cade, le sue mani annaspano da tutte le parti in cerca di un corrimano da afferrare. Lui cade a peso morto. […]
E allora Mangal Singh l'ha vista, l’immagine gli sarebbe rimasta in mente e avrebbe preso tanto spazio nella sua immaginazione da spazzare via il resto del viaggio dalla sua memoria. La sua mente, avido autore, gliel'avrebbe messa in corsivo sulle pagine della memoria anche se lui, ne era certo, non avrebbe mai raccontato quella storia. Non proprio. Non tutta.
La notte che avvolge il suo villaggio è profonda. Nella sua oscurità si vedono le stelle. Le stelle quaggiù sono più brillanti che nelle città grandi e piccole.
Sulla terra non ci sono stelle. Se ci fosse stata la luce del giorno, avresti potuto vedere i villaggi vicini. Ma di notte i villaggi non accendono nemmeno una lampada nelle ore in cui non si veglia. A differenza del cielo, la terra indossa la sua notte senza il manto di stelle.
Lui non ride più. Dorme. A singhiozzo, come il passeggero di un bus.

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