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mercoledì 2 marzo 2011

LE ULTIME PAROLE DI VANZETTI: "IO E SACCO, A MORTE PER UN'IDEA"

Articolo di Francesco Romanetti pubblicato sul quotidiano Il Mattino del 27 febbraio 2011.


In America era «Bart». Ma il suo vero nome era Bartolomeo. Lui era quello con i baffoni e la coppola, un po’ stempiato. L'altro era Nick, quello con i capelli folti e neri. Non fa niente che a Bart a volte storpiavano anche il cognome, scritto sui cartelli: «Vanzeth», invece di Vanzetti. Non fa niente perché quello che conta è che per salvare la vita di Sacco e Vanzetti, milioni di lavoratori scesero in piazza a manifestare, da una parte all'altra del mondo. In America, a Londra, in Messico, in Francia, in Germania. Non in Italia, dove c'era già il fascismo. Nicola Sacco, emigrato in America dalla Puglia e Bartolomeo Vanzetti, venuto dal Piemonte, furono ammazzati sulla sedia elettrica il 23 agosto 1927, nel penitenziario di Charlestown, Massachusetts. La loro esecuzione resta un'infamia della giustizia americana, nonostante mezzo secolo dopo, nel 1977, il governatore Dukakis abbia coraggiosamente chiesto scusa, ammettendo che il processo era stato «profondamente influenzato dal pregiudizio razziale e politico». I due anarchici italiani - Sacco operaio in un calzaturificio, Vanzetti pescivendolo - vennero condannati a morte da una corte di Boston per una rapina e un duplice omicidio che non avevano commesso. Le parole di Vanzetti tornano ora a vivere in un libro - Non piangete la mia morte (Nova Delphi, pagg. 320, euro 10) - che raccoglie le lettere ai familiari, una breve autobiografia scritta in cella («Una vita proletaria») e le ultime parole ai giudici. Pubblicate per la prima volta in Francia già nel 1932, le lettere sono qui introdotte da Massimo Ortalli. Ne esce fuori chi era Bartolomeo Vanzetti, giunto in America nel 1908, pieno di altruismo e di voglia di cambiare il mondo. Negli scritti che precedono l'arresto, il giovane anarchico racconta la sua «scoperta dell'America» («Non credere che l'America sia civile...Qui è bravo chi fa quattrini, non importa se ruba o avvelena»), i suoi mille mestieri, la miseria, l’opposizione alla guerra, le idee egualitarie. Poi l'arresto nel 1920, a Boston e i sette anni di prigione, prima dell'esecuzione. La revisione del processo venne sempre negata, in un clima di odio contro gli immigrati italiani e di paura per i «sovversivi». «Vincerò, alla fine vincerò», sono le parole che ricorrono nelle lettere ai famigliari. «Sono tanto convinto di essere nel giusto - dirà proclamando la sua innocenza ai giudici che lo stanno mandando a morte - che se voi aveste il potere di ammazzarmi due volte, e per due volte io potessi rinascere, vivrei di nuovo per fare esattamente ciò che ho fatto finora».
Bartolomeo Vanzetti
Non piangete la mia morte
Nova Delphi Libri, pagg. 320, euro 10.00

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