Cerca nel blog

lunedì 20 giugno 2011

LE PROVE DELLA NATURA

Articolo di Guglielmo Ragozzino tratto da le Monde diplomatique del giugno 2011.


L’idea di Yaku, che in lingua U’wa significa acqua, è quella di accostare in un libro le culture idriche molto antiche di Bolivia e Colombia con quelle che ancora resistono, aggrappate alle montagne, nell’Italia di oggi. Gli Occidentali hanno sempre guardato con enorme interesse e curiosità alle realizzazioni idrauliche dei grandi imperi precolombiani. D’altra parte abbiamo anche voluto vantare l’antichità e la persistenza della nostra cultura dell’acqua, mostrando al mondo gli antichi mestieri e perfino la tremenda fatica delle donne nel lavare le lenzuola con la cenere e l’acqua gelida; nelle valli del Trentino e in altre cento valli su e giù per l’Italia. Oppure lungo le pendici del mitico monte Amiata. Gli stessi montanari, la stessa acqua; e in mezzo l’Atlantico, fragoroso.
Abbiamo imparato che già José de Acosta, cronista spagnolo del XVI secolo scrivendo della tecnica d’irrigazione praticata nell’impero Inca e dei lunghi canali, concludeva: “Non ne esistono di migliori né nella Murcia né a Milano”. L’acqua – ne sono certi i conquistatori venuti dall’Europa – è una parte decisiva del nuovo mondo, indispensabile oltre tutto per l’energia idroelettrica, la chimica dei metalli, la completa presa di possesso della natura. L’acqua replicano gli andini, è molto di più. È la linfa vitale, è la vita stessa. Non è lecito, non è possibile impadronirsene. “L’acqua del mare scorre dal sottosuolo fino alle cime innevate delle montagne, dove inizia nuovamente il suo percorso sulla terra attraverso i fiumi e le sorgenti. Poi, sotto forma di nubi, …”. È una cosmogonia che ritorna, con nomi diversi, con leggende trasformate, in ogni vallata delle Ande. È la stessa mitologia ormai quasi dimenticata, nel nostro ambiente mediterraneo, lungo i nostri fiumi.
Lo stesso diritto all’acqua, bene comune di tutti gli umani, che appare, da questa parte dell’Atlantico, in Trentino, sull’Amiata, una conquista da raggiungere, diventa agli occhi delle popolazioni native una forma ingiusta di appropriazione. L’acqua è viva, come gli umani, come gli alberi. Pertanto gli umani non hanno un diritto sull’acqua. La natura è più importante di loro ed è sacra. Tutte le parti viventi devono coesistere e rispettarsi; non impadronirsi della forza del resto della natura, non sopraffare gli altri, fratelli e sorelle. D’altronde il Cantico delle creature suona così: Laudato si’, mi’ Signore, per sor Aqua, / La quale è multo utile et umile et preziosa et casta. Avrebbe potuto scriverlo, al posto di Francesco, una donna degli U’wa, una di quelle donne colombiane convinte di aver il compito di diffondere nel mondo intero il messaggio dell’acqua: “non possiamo scambiare le ricchezze della natura con il denaro… Possiamo accumulare molti milioni in denaro, ma quando la natura si infurierà per essere stata violata, non si fermerà neanche di fronte a tutto il denaro del mondo”. In Bolivia, da cinque anni, al potere è Evo Morales. La nuova legge sull’acqua non è ancora completata. Rappresenta un compromesso tra le esigenze delle comunità locali e l’intervento pubblico. “Tra gli obiettivi fondamentali del nuovo governo: proteggere i diritti delle nazioni e dei popoli indigeni e originari; promuovere la gestione, senza fini di lucro dei servizi locali fondamentali, tra cui la gestione dell’acqua; favorire una maggiore partecipazione sociale e sistemi di cogestione”. Il risultato è una pletora di d’istituti intermedi, di servizi e di controlli, di registri e di licenze, di sistemi e di concessioni che sono ripartiti tra le zone urbane e le comunità, con esigenze e regole diverse. Ne nasce “un complesso processo di ingegneria giudiziaria che produce un altrettanto incontrollato sviluppo di norme frammentarie, contraddittorie e a volte incoerenti”. Una ricerca internazionale di antropologi danesi ha posto l’attenzione sulla comunità di Tiraque. Qui le leggi e le consuetudini in tema di acqua guidano la società a livelli impensabili, esagerati ai nostri occhi. L’acqua infatti è un elemento vitale e anche sanzione. Yaku riferisce di cinque casi di esclusione dal servizio idrico che corrispondono ad altrettante espulsioni dal contesto sociale. Un caso citato è l’interruzione del servizio di acqua potabile a una contadina accusata di “cattiva convivenza” con la comunità. A un altro si toglie l’acqua perché non ha accettato di restituire un terreno pubblico che ha in uso, sul quale la comunità ha deciso di costruire un campo di calcio. Il caso più serio è infine la sospensione del diritto all’acqua a una famiglia “a causa di problemi coniugali tra i due sposi”. Non meritano l’acqua, Santippe e suo marito.

Nessun commento:

Posta un commento