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lunedì 2 gennaio 2012

IL PRIGIONIERO ROSENCOF CHE NARRAVA LA FAVOLA DEL MONDO

Articolo di Francesco Romanetti tratto da IL MATTINO del 20 dicembre 2011.

Gli Aquiloni Volanti inondano i Cieli di settembre, le canzoni sono piene di sorrisi, i raggi viola del Sole Perduto inumidiscono la faccia della Terra, i Vecchi Saggi di venere costruiscono navi d’esplorazione interplanetaria in un’Officina di cristallo. E poi un Punto Rosso scende in una vallata e le Cose vedono che si tratta di un Cavallo Bianco retto da un paracadute colorato. Sul Cavallo c’è un cavaliere, che osserva il mondo e si guarda intorno come per dire: “Niente male, niente male”. Questo mondo fatto così, Mauricio Rosencof lo raccontava una volta al mese, quando la figlia Alejandra, di pochi anni, poteva andarlo a trovare in prigione. Comandante di una delle colonne del movimento guerrigliero dei Tupamaros, Rosencof – nome di battaglia “Leonel” – venne arrestato nel 1972. Trascorse tredici anni in un carcere uruguayano. La cella, il “calabozo”, era larga un metro e venti e lunga un metro e ottanta. Tre passi avanti e tre indietro, tre passi avanti e tre indietro. Si poteva solo stare in piedi o stendersi per dormire. Là dentro sono nate le quattordici favole del libro Le leggende del nonno di tutte le cose (Nova Delphi, pag. 115, euro 14.00, illustrazioni di Elisabetta Rossini). Rosencof le inventava, le immaginava e le teneva a mente, andando avanti e indietro nella cella. Poi le raccontava a Alejandra. Le favole sono poi state scritte dall’autore soltanto molti anni dopo la sua scarcerazione, quando è diventato lui stesso un nonno, oltre che un affermato scrittore e drammaturgo. Le leggende del nonno di tutte le cose racconta colori che non esistono, luoghi che hanno un suono, oggetti animati che parlano e volano nel tempo. Pensate per una bambina, contengono incantamenti e prodigi, fantasie e magie sull’origine del mondo. Alcune ricordano le novelle di un altro grande uruguayano, Edoardo Galeano, che attingendo dalle tradizioni indie ha narrato che la realtà prese forma quando “la donna e l’uomo sognarono che Dio li stava sognando”. Le favole di Rosencof - è ovvio - sono nate per abbattere i muri del “calabozo”, almeno durante le visite della piccola Alejandra e per evadere dall’orrore con la forza del sogno. Alcuni apologhi narrano la voglia di libertà, come La leggenda del canto pietrificato, dove il Nonno di tutte le Cose dice: “Quella cosa che vedete lì è una Canzone”. Uomini silenziosi e piegati, ma non vinti, stanno in attesa di poter urlare, quando il Canto tornerà a vivere.

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