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lunedì 8 giugno 2015

"La Lupa e altri racconti della marginalità"

Cristiano Spila e i racconti della "marginalità" di Verga.

I racconti veristi di Verga ci pongono dinanzi agli occhi la testimonianza dell’antica lotta fra la storia, ossia la catena delle necessità socio-economiche, e la natura, ossia il modo individuale di sentire e concepire l’esistenza. Per quanto remota e antica, questa lotta è rimasta senza soluzione e tutti sappiamo sulla base di quali forze la creatura verghiana cerchi il suo miglioramento materiale. Sappiamo quali appetiti e bisogni e bramosie (ma anche sordide bassezze) la sospingano in questa «lotta per la vita».
Nessuno, neanche l’autore, si pronuncia su questa antica, omerica, battaglia di forze. Ma sappiamo le sue idee in materia: dall’evoluzionismo, Verga non trae l’elemento ottimistico, progressivo, “positivo”, cioè la rivendicazione del miglioramento umano, bensì il senso tragico della lotta, il dramma dei bisogni materiali dell’esistenza.
Il suo punto di partenza è lo stesso dei naturalisti francesi: lo «studio del vero» e l’inquadratura del «documento umano». Ma mentre i naturalisti, con Zola in testa, desiderano passare per scienziati, per esperti, all’occorrenza anche per eroi sociali, i veristi sono per una maggiore discrezione. Verga rinuncia a rivendicazioni sociali o a battaglie pubbliche, così come a un certo esibizionismo décadent, per concentrarsi sulle classi sociali in lotta, e in particolare sugli strati più umili della società, sugli emarginati e i naufragati della «fiumana del progresso».
Verga non si rivolge alla celebrazione dei trionfatori della società, ma si “piega” sulle miserie dei derelitti, dei rottami umani, dei cosiddetti «vinti» (parola connotata in senso più fatalistico rispetto agli “umili” manzoniani). Egli si autorappresenta non come una figura in piedi, alta sopra le umane miserie, ma come uno chinato sul corpo disfatto dei vinti: in questo modo, mostra un atteggiamento di pietas quasi da scrittore “antico” e, insieme, anche un’accettazione rassegnata e disperata della vita. Quello che è stato designato come il pessimismo di Verga, lo si potrebbe piuttosto definire come il contatto con problematiche che corrispondono alla nuova situazione della sua scienza sociale. Da questo versante, Verga è un etnologo in anticipo sui tempi, una sorta di antenato di Ernesto De Martino.




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