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venerdì 20 novembre 2015

OLTRE IL GLICINE, VICINO ALLE BARACCHE



Dalla prefazione del critico letterario Dario Pontuale al volume


Con il lavoro Pier Paolo Pasolini. Un giorno nei secoli tornerà aprile, Luciana Capitolo concentra il proprio sguardo analitico sulla poliedrica figura di uno dei personaggi più controversi del Novecento italiano, indagando lo stretto rapporto intercorso tra lo scrittore e uno dei quartieri che maggiormente ne influenzarono il pensiero, lo storico quartiere romano di Monterverde.
 Scendendo per Via Abate Ugone, nel cuore di Monteverde, si giunge a un incrocio dal quale, sollevando appena lo sguardo, è possibile scorgere una targa commemorativa di marmo bianco fissata all’angolo di un edificio. Poche lettere dorate, a qualche metro da terra, recitano: “Pier Paolo Pasolini, per la sua creatività intellettuale e il rapporto con il quartiere di Monteverde”, più a sinistra un profilo stilizzato completa l’opera. Chiare parole in segno di un meritato tributo, un’affermazione stentorea che merita di esser scolpita sui muri. Parole affisse, per di più, non sopra una facciata qualunque, bensì sull’angolo della scuola Giorgio Franceschi, tragicamente celebre per il crollo del 1951. Dramma, che pulsa nelle pagine di Ragazzi di vita, anzi ne segna, in un certo qual modo, il decorso. Il rapporto tra Pier Paolo Pasolini e Monteverde, comunque, non si concretizza soltanto all’interno di tale citazione, bensì filtra nelle pieghe del quartiere, satura le piazze, inspira l’aria della gente accampata sopra quella terra in mutamento. Uno spicchio di città volubile per dettame dello Sviluppo, non del Progresso, un tassello di pochi ettari che asseconda un’alterazione impersonale, un’abulica metamorfosi intellettuale. Un quadrante urbano dalla duplice anima, diviso tra ville e giardini, opulenza e colore, tra tuguri e fogne a cielo aperto, fame e abbandono. Due anime contigue, adiacenti, confinanti, nondimeno distanti milioni di chilometri. Pasolini conosce quei volti dall’incolpevole bestialità, quegli sfollati dall’istintiva sopravvivenza, domiciliandosi qualche via più in alto, a Via Giacinto Carini, giacché: “per capire i cambiamenti della gente, bisogna amarla”. Ancora oggi, al civico 45, una targa ricorda la residenza pasoliniana dal 1959 al 1963, un altro tributo, l’ennesimo segno di un passaggio, una lastra di peperino sul quale campeggia un verso, quasi un’elegia: “Com’era nuovo nel sole Monteverde vecchio”. Eppure, tutto questo, risulta ancora insufficiente per spiegare l’intimo connubio tra l’autore e il quartiere, per districare i lacci che strettamente li uniscono.
Sarebbe svilente ricondurre la figura di Pier Paolo Pasolini limitatamente a quegli epitaffi appesi in strada sotto lo sguardo distratto dei passanti, ma è appropriato delimitare il campo di indagine, scegliere i punti di avvio. Dentro quella manciata di strade scalcinate l’anima dello scrittore, giornalista, traduttore, regista, poeta, saggista passeggia e si perde confusa tra le chiazze verdi che i fucili garibaldini hanno difeso fino allo strenuo. Tra i saliscendi e le mura antiche, tra i tratturi e le baracche, oltre i fossi e i palazzi in costruzione, medita nuove idee, si compenetra nei cambiamenti e nei contrasti sottesi della società. Da lassù scrive e polemizza; osserva sé stesso e gli altri, difende sé stesso dagli altri: cattolici, studenti, giornalisti, benpensanti, politici di destra, sinistra e centro. Il suo occhio cade sulle fenditure del quartiere, sugli sfregi della vita, sulle sfortune piombate alle spalle, sugli aridi destini disseccati dal Neocapitalismo. Pasolini guarda Roma dall’alto, oltrepassa certi confini, entra in nuove borgate, abbraccia la città, il Paese intero. Alloggia accanto al poeta Giorgio Caproni, abita qualche porta più sotto della famiglia Bertolucci, vicino ad Attilio il poeta e Bernardo, figlio e futuro regista. È arrivato nell’Urbe nel 1950 con addosso gli strascichi della guerra, la lotta di Resistenza e la perdita del fratello Guido. Ha solamente ventotto anni, ma già porta i segni del veterano. Sbarca nella città dei santissimi Pietro e Paolo dormendo in stanzette ammobiliate ed arrabattandosi come correttore di bozze prima e insegnante di scuola media poi. Affiancato dall’ormai consumata madre, sgobba duramente pur di mantenersi, addentrandosi sempre più nelle viscere rigurgitanti della Capitale. Pasolini dalla vetta di Monteverde diventa, o meglio, si appresta a divenire, come avrebbe cantato Domenico Modugno in Uccellacci e uccellini: “l’assurdo, l’umano, il matto, il dolce” Pasolini. Parole destinate, in verità, all’interpretazione filmica del grande Totò, trafugate tra le note di Ennio Morricone, eppure aderenti all’anima dell’uomo nato a Bologna il 5 marzo del 1922, allevato in Friuli, giustiziato a Ostia il 2 novembre del 1975. (...)

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