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lunedì 30 luglio 2012

RACCONTI FATALI



















IL FOGLIO recensione del 28 luglio 2012 a "Racconti fatali" di Leopoldo Lugones

Il profumo dagli effetti micidiali di un vaso di alabastro in una tomba egizia. Una giovane principessa egiziana reincarnazione di una faraona, il cui sguardo fatale porta al suicidio gli spasimanti. Un misterioso visitatore e un ancor più misterioso pugnale collegati a quell’Ordine degli Assassini che con i suoi attentatori suicidi tra XI e XIII secolo aveva terrorizzato crociati e musulmani. Un commensale in un esclusivo ristorante di Buenos Aires racconta una delle avventure sentimentali del leggendario Don Giovanni. Un bandito gaucho delle montagne argentine rapisce la figlia di un giudice di cui si è innamorato e la tiene nel suo rifugio per quattro anni senza mai sfiorarla, e anzi arrivando a rischiare per lei la vita. Tre storie orientali e due leggende popolari argentine, legate dal filo comune della reincarnazione: suggerita nel primo racconto; esplorata nei successivi tre; e poi trascesa nel quinto con un sacrificio d’amore tale da permettere di raggiungere quella perfezione che in chiave teosofico-buddista permetterebbe di superare il karma. Allo stesso tempo, sono anche cosmopolitismo e localismo che si integrano, a costruire la complessa identità argentina.
La creazione di una mitologia, insomma, a firma Leopoldo Lugones. “Se dovessimo compendiare in una persona sola tutto il corso della letteratura argentina, quella persona sarebbe indiscutibilmente Leopoldo Lugones. Nella sua opera si ritrovano i nostri ieri, e l’oggi, e forse il domani”, disse Jorge Luis Borges: il più famoso scrittore argentino di tutti i tempi, e che però si riconosceva a sua volta come ideale figlio di Lugones. Nato nel 1874 e morto per un misterioso suicidio nel 1938, Lugones era stato infatti il massimo esponente argentino di quella corrente del modernismo latinoamericano che era stato lanciato tra 1888 e 1869 dal nicaraguense Rubén Dario, e che era stata la prima avanguardia letteraria di quella regione che nella seconda metà del XX secolo si sarebbe segnalata al mondo con il suo famoso Boom. Un movimento, va ricordato, che malgrado il nome si opponeva invece frontalmente al culto del progresso materiale normalmente associato alla modernità, in nome di valori atemporali ed eterni che venivano ricercati proprio nell’arte. Lo stesso Lugones, in gioventù socialista, dopo aver iniziato a occuparsi della Storia argentina, nel 1924 farà poi un famoso discorso di commemorazione di Ayacucho, battaglia decisiva per l’indipendenza, in cui affermerà che “per il bene del mondo era suonata l’ora della spada”. Con la successiva adesione al golpe di Uriburu del 1930, quello slogan ne farà un precursore del peronismo, anche se le opere postume rivelano un riavvicinamento di Lugones al liberalismo. La stessa traiettoria dei suoi discendenti è altamente simbolica delle successive tragedie argentine: suo figlio Polo, capo della polizia e famigerato torturatore, suicida. La figlia di Polo Susana, guerrigliera montonera, desaparecido. E anche il figlio di Susana suicida.
Discutibile per la sua traiettoria ideologica, Lugones è però dal punto di vista letterario il precursore del modello di narrativa breve dello stesso Borges, oltre che di Adolfo Bioy Casares e Julio Cortázar. E questi cinque “Racconti fatali” ne sono appunto uno dei più noti esempi. Ispirati a loro volta a Poe e Hoffman, oltre che all’interesse dei modernisti per l’esoterismo, costruiscono un registro del fantastico attraverso la contrapposizione tra l’intuizione del narratore iniziato e la “tenebra intellettuale e cognitiva di chi iniziato non è, implicitamente il lettore normale.”

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