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mercoledì 16 settembre 2020

In libreria "Le politiche dell'odio nel Novecento americano"
a cura di Laura Fotia. 
Di seguito un brano dell'introduzione



L’analisi del concetto di odio è un’impresa in cui si sono cimentati studiosi di molte discipline, rivelatasi talmente ardua che neppure in specifici ambiti disciplinari sembra possibile riscontrare una definizione univoca della natura dell’“odio” ampiamente accettata. Fino al punto che il concetto stesso resta sfuggente, ambiguo, difficilmente incasellabile in rigidi contenitori interpretativi che appaiano esaustivi e soddisfacenti. L’odio è descritto da neuroscienziati, psicologi sociali, scienziati sociali ora come un’emozione, ora come un sentimento, ora come una passione, spesso attraverso il riferimento a modelli di funzionamento della mente umana che sono in continua ridefinizione, al punto che è piuttosto difficile averne una effettiva conoscenza aggiornata. Il risultato è che, spesso, lo stesso termine è utilizzato per indicare fenomeni e realtà profondamente diverse. Agli interrogativi sul come e perché l’odio nasca, in quali forme si manifesti più frequentemente, a quali comportamenti e azioni possa condurre e quali possano essere i modi per contrastarlo si è risposto in modo altrettanto diversificato, anche a seconda della prospettiva, riconducibile allo specifico ambito disciplinare dal quale si guarda al problema. Nell’accostarsi allo “studio” dell’odio nella storia, o – meglio – in specifici contesti storici, si avverte il profondo disagio che nasce nel momento in cui si assume consapevolezza dell’impossibilità di costruire un’interpretazione senza fare i conti con gli incombenti spettri dell’approssimazione e della superficialità, che spesso vanno a braccetto con la presunzione di poter ricondurre la complessità della realtà a spiegazioni univoche, esaustive e, soprattutto, definitive. Se la pretesa di individuare una puntuale definizione dell’odio come categoria storiografica rischia di generare problemi di difficile risoluzione, si può allora scegliere di metterla da parte e procedere diversamente, analizzando concreti processi storici che implicano idee e comportamenti ritenuti in qualche modo connessi o riconducibili a fenomeni di odio. A questo fine, si possono prendere in considerazione, in modo flessibile e mantenendo un approccio critico, definizioni formulate in altri ambiti disciplinari, che offrono chiavi di lettura stimolanti; per questa via, si può puntare all’individuazione di un concetto, non rigido, di odio, costruito per approssimazioni successive attraverso lo studio di specifici casi storici. Una soluzione per aggirare il disagio, ammesso che ci si riesca, potrebbe essere anche quella di partire dalla considerazione che, dal punto di vista storiografico, ad interessare non dovrebbe essere tanto una definizione della natura dell’odio fondata su modelli generali in grado di spiegare fenomeni tanto articolati quanto sfuggenti, finendo per rimandare a concetti e univoci. Elemento portante di analisi di tipo storiografico dovrebbero essere allora non tanto la negazione, quanto piuttosto la messa in discussione dell’idea di “ineluttabilità dell’odio”, quale elemento proprio, innato, della natura umana, nella convinzione che tanto il sentimento dell’odio, quanto i comportamenti che ad esso sono in parte riconducibili, costituiscano comunque il risultato di dinamiche concrete e quindi in una certa misura specificamente individuabili e ricostruibili. (...)


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